
The best idea in the room
Michael Lurie, Chief Transformation Officer di Bayer, racconta a Luca Solari come sta trasformando il modello organizzativo dell’azienda
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L'autogoverno nelle organizzazioni non nasce eliminando l'organigramma o adottando un modello preconfezionato: la libertà ha sempre un artefice, un attore che la origina e ne custodisce il significato finché non riesce a distribuirlo. Lo dimostra il caso EnerShip, società di consulenza energetica analizzata con sedici interviste: operativamente piatta, ma con l'interpretazione strategica centralizzata nel fondatore. Da qui la tesi: la libertà ha un autore, e la sfida è renderlo plurale.

In questo articolo proponiamo una prima revisione critica del concetto di self-management muovendo dall'analisi di un caso di studio longitudinale su EnerShip, società di consulenza in ambito di politiche energetiche francese nata a Parigi e cresciuta a Lione. Quello che emerge non è l’ennesimo modello e nemmeno una classica agiografia organizzativa come quelle che riempiono le schermate di LinkedIn, ma un primo tentativo di diagnosi che mette in discussione le “ricette” esistenti.
La tesi è che nelle organizzazioni che funzionano davvero la libertà ha un artefice (o forse a volte più d’uno), ovvero un attore riconoscibile che la origina.
Non si crea adottando i modelli proposti (indipendentemente da quale si scelga), né si ottiene semplicemente eliminando un organigramma o rimuovendo i vincoli, ma si regge su una gravità interpretativa che qualcuno deve continuare a esercitare finché non si riesce - con investimento deliberato e lungo - a distribuirla. Quando si riesce.
Un caso di studio fuori dal comune
EnerShip è una società di consulenza fondata a Lione da Alberto Zucca, imprenditore di formazione italiana con una lunga esperienza nel settore energetico. Il lavoro è tecnico e iper-regolamentato — accompagnare clienti industriali europei nell'ottimizzazione della competitività energetica, ai confini fra ingegneria, fiscalità ambientale e meccanismi di incentivazione come i Certificats d'Économies d'Énergie francesi. Intorno a EnerShip si è progressivamente costituito un gruppo che include AlphaCEE, l'entità delegata del gruppo nel mercato CEE francese, e AlfaCAE, la controllata spagnola. Il gruppo conta circa quaranta persone.
Ci sono due ragioni per cui questo caso merita attenzione. La prima è che EnerShip non è un'organizzazione progettata attorno a un modello codificato di autogoverno. La sua configurazione è emersa pragmaticamente, dalla resistenza del fondatore a quella che lui stesso chiama "la sindrome del je l'ai dit au chef". In un settore dove la velocità interpretativa di una regolazione volatile può fare la differenza fra redditività e perdita, questa resistenza alla gerarchia non è un tratto ideologico. È un vantaggio competitivo.
La seconda ragione è più interessante. Per circa tre anni il numero di dipendenti è rimasto stabile attorno ai quaranta, mentre i risultati di business sono cresciuti in modo significativo. È un dato che non stabilisce da solo una relazione causale, ma suggerisce un aumento del valore creato per persona e pone una domanda analitica precisa. Fino a che punto questa dinamica di produttività dipende dal modello organizzativo, più che dalle sole condizioni di mercato?
La ricerca che ha dato origine a questo articolo è nata dentro a questa domanda, con un innesco concreto. Alberto Zucca ci ha chiesto di analizzare il modello non per celebrarlo ma per verificarne la trasferibilità. Il modello che aveva funzionato in EnerShip sembrava non riuscire a replicarsi in AlphaCEE, entità che opera in un dominio compliance-intensivo dove precisione procedurale e integrità documentale non sono negoziabili. Quello che in EnerShip funzionava naturalmente, in AlphaCEE richiedeva continua reinterpretazione. L'esportazione produceva attrito, non replica. Il modello è davvero trasferibile, oppure dipende da condizioni — inclusa la presenza interpretativa del fondatore — che la sola architettura organizzativa non riproduce?
Abbiamo condotto sedici interviste semi-strutturate con persone del gruppo, più due ex-dipendenti, triangolando il materiale con fonti documentali interne e con la letteratura accademica rilevante. Quello che abbiamo trovato è una configurazione originale che non rientra pulitamente in nessun modello codificato e, proprio per questo, aiuta a vedere qualcosa che i modelli canonici nascondono.
Un’ambiguità creativa
Nelle interviste torna, con formulazioni diverse, la stessa idea. "Siamo liberi — ma Alberto decide."
La frase è un piccolo capolavoro diagnostico. Descrive simultaneamente due realtà che la letteratura sull'autogoverno tende a trattare come mutualmente esclusive. Sul piano operativo, EnerShip è genuinamente piatta. Le persone aprono relazioni con clienti industriali, negoziano con installatori e auditor, gestiscono dossier end-to-end, decidono autonomamente sequenze di intervento e priorità. La quantità di carta e di governance formale che separa un'idea dalla sua esecuzione è minima. Sul piano strategico, invece, quando bisogna scegliere se entrare in un nuovo mercato, modificare una logica di pricing o accettare un rischio significativo, il centro gravitazionale rimane il fondatore. Non per decreto. La parola che ricorre di più nelle interviste è "argomento", e l'argomento più forte tende a prevalere anche quando arriva da posizioni gerarchicamente subordinate. Ma il centro interpretativo è suo.
Questo è il primo insegnamento di EnerShip:
distribuire l'autorità operativa non distribuisce automaticamente tutta l'autorità. Qualcuno continua a detenere il significato della cosa.
Chiamare questo fenomeno una contraddizione sarebbe un errore. È una configurazione. E la sua originalità sta nel fatto che i membri dell'organizzazione non la vivono come un'incoerenza, ma come una forma di chiarezza.
Tre meccanismi al posto di un manuale
Come fa un'organizzazione di quaranta persone a coordinarsi senza le infrastrutture procedurali di un'azienda standard? Dalle interviste emergono tre meccanismi, tutti informali e tutti strettamente interconnessi.
Il primo è la legittimità fondata sull’argomento. Nelle decisioni quotidiane EnerShip non è organizzata per titolo o per linea gerarchica. “Non conta chi lo dice, conta se ha senso”, racconta una delle persone intervistate. È un principio che vale in entrambe le direzioni — fondatore incluso — e che rende il ritmo quotidiano più veloce e più esposto di quanto uno schema convenzionale permetterebbe.
Il secondo meccanismo è l’assenza di nascondigli. In un’organizzazione relazionalmente densa e proceduralmente leggera, chi contribuisce e chi non contribuisce diventano visibili quasi immediatamente. Non si tratta di performance management nel senso formale del termine, ma di un sistema sociale che premia chi si muove e smaschera in fretta chi aspetta. La selezione naturale che ne deriva è forte, facilitata da meccanismi di riconoscimento molto significativi.
Il terzo meccanismo è quello che uno degli autori di questo articolo, nel suo Freedom Management del 2016, ha definito “senso di imprenditorialità personale”. Le persone intervistate descrivono il proprio lavoro come se stessero gestendo una loro impresa, pur senza quote societarie. I progetti non sono compiti delegati ma iniziative proprie, e questa sensazione di ownership spiega perché in EnerShip un ruolo delegato venga vissuto come atto d’imprenditorialità personale piuttosto che come esecuzione passiva.
Presi insieme, questi tre meccanismi producono un'azienda rapida, adattiva, sorprendentemente viva per le sue dimensioni. Producono anche un tipo specifico di persona — autodiretta, comoda con l'ambiguità, capace di argomentare — che tende a rimanere. Le persone che hanno bisogno di più impalcature istituzionali escono. La turnover recente del gruppo mostra un pattern netto — chi è uscito cercava più struttura e meno dipendenza dalla centralità interpretativa del fondatore; chi è rimasto convive bene con entrambe le cose.
Le tensioni del modello
Un'analisi seria dell'autogoverno deve essere seria anche sui suoi limiti. La forza di un caso come EnerShip non sta nel presentarsi come soluzione. Sta nel mostrare con chiarezza i punti in cui la propria coerenza si incrina sotto pressione. Ne abbiamo identificati tre, e sono tensioni che emergono in ogni configurazione di autogoverno seriamente praticata.
Il primo stress test riguarda la replica del modello. AlphaCEE, parte dello stesso gruppo, opera in un dominio dove precisione procedurale, integrità documentale e conformità regolatoria non sono negoziabili. Un file CEE rigettato rappresenta una perdita finanziaria diretta, e l'esposizione reputazionale nel mercato dei certificati di risparmio energetico non è recuperabile nel breve periodo. I riflessi che hanno reso EnerShip rapida — discutiamone subito, decidiamo ora, muoviamoci — non si trasferiscono in modo lineare in un contesto dove l'errore è immediato e materiale.
Quando si prova a copiare una cultura high-trust e low-process in un ambiente process-sensitive, il risultato non è chiarezza.
È attrito.
Da qui una conclusione con implicazioni oltre il caso specifico. La replica di un modello organizzativo non è mai un'operazione di copia strutturale. È un'operazione di differenziazione. Le aree di un'impresa non si assomigliano fra loro quanto il lessico aziendale suggerisce. Alcune richiedono autonomia e velocità — l'esplorazione di nuove opportunità, l'interpretazione di regolazioni mutevoli, la relazione con i clienti complessi. Altre richiedono disciplina procedurale — la gestione di rischi compliance, la tenuta di documentazione, le certificazioni regolate. Trasferire meccanicamente pratiche da un dominio all'altro non produce estensione, produce dissonanza. La domanda corretta non è se diventare più piatti. È quali porzioni di attività beneficiano davvero di ownership distribuita e quali, al contrario, generano valore proprio attraverso la procedura.
Il materiale raccolto suggerisce anche, in modo sorprendente, che l'aggiunta di procedure in un ambiente abituato all'autonomia può produrre un effetto controintuitivo. Diversi intervistati descrivono come l'introduzione di livelli aggiuntivi di controllo in alcune aree di AlphaCEE non abbia ridotto i tassi di errore, ma abbia diluito la responsabilità individuale. "Più step aggiungi, meno la gente si sente responsabile", sintetizza uno di loro.
Oltre una certa soglia, la procedura smette di essere affidabilità e diventa evasione.
Il secondo stress test riguarda il pluralismo interno. Un'azienda che seleziona fortemente per un certo tipo di persona tende, nel tempo, a diventare più coerente — e meno plurale. La stessa coesione identitaria che rende EnerShip produttiva può restringere il ventaglio di prospettive ospitabili.
È un pattern che colpisce ogni organizzazione a cultura forte, ed è spesso l'ultima cosa che i fondatori riescono a vedere.
I nuovi arrivati, attratti dalla promessa di autonomia, cominciano ad adattarsi all'immagine ideale che il fondatore ha dell'organizzazione. Il linguaggio converge. Il dissenso si ammorbidisce. L'autonomia formale rimane intatta, ma diventa psicologicamente vincolata. Dal punto di vista sistemico, la riduzione di diversità cognitiva indebolisce la capacità adattiva. Dal punto di vista individuale, l'autonomia percepita può convivere con una disconnessione da parti di sé che non trovano spazio nella narrazione dominante. La libertà strutturale può coesistere con una convergenza culturale che, sul lungo periodo, la erode dall'interno.
Il terzo stress test è quello della continuità. È anche la domanda che il fondatore stesso ha posto all'origine di questa ricerca. Il modello è dipendente dalla mia presenza? La risposta onesta è che lo è in modo parziale ma non marginale. L'organizzazione vive su esecuzione distribuita e interpretazione centralizzata. L'esecuzione può assorbire periodi in cui il fondatore è meno presente, e lo ha già dimostrato in momenti di difficoltà personale. L'interpretazione, no. Non ancora. Tradurre l'autorità di un fondatore in qualcosa che sopravvive al fondatore è il lavoro organizzativo più difficile che esista, e richiede anni di investimento deliberato.
La funzione catalitica
Uno dei contributi più utili che la ricerca su EnerShip offre al dibattito riguarda il concetto di funzione catalitica - il ruolo di chi, all’interno delle organizzazioni, esercita in modo persistente una pressione verso il cambiamento, destabilizza le routine dominanti, rende visibili inefficienze che tutti avevano imparato a non vedere, e tiene aperto uno spazio interpretativo in cui nuovi modi di lavorare possono consolidarsi. Questa funzione può essere chiamata catalitica, nel senso chimico del termine.
Il catalizzatore non è il prodotto della reazione, ma senza di lui la reazione non avviene.
In EnerShip, questa funzione è stata storicamente esercitata dal fondatore. Ogni volta che l'organizzazione tende a stabilizzarsi su abitudini che ne rallentano la risposta, Alberto Zucca interviene — non imponendo una direzione, ma spingendo a discutere, a giustificare, a reinterpretare. La sua assenza prolungata produce, come abbiamo osservato in periodi di difficoltà personale, una resilienza operativa inalterata ma un lento rilassamento della tensione interpretativa. Il sistema non smette di funzionare, ma smette progressivamente di rinnovarsi.
Le implicazioni per AlphaCEE, e per chiunque cerchi di trasportare un modello di autogoverno in un contesto nuovo, sono dirette. L'aggiustamento strutturale, da solo, non produce trasformazione durevole. Serve un attore interno legittimo che sappia operare dentro ai vincoli del dominio — nel caso di AlphaCEE, dentro ai vincoli della compliance — e al contempo rimodellarne il funzionamento dall'interno. L'intervento esterno, inclusi i consulenti, può offrire strumenti, prospettiva e metodo. Ma non sostituisce la presenza di un catalizzatore interno. Nella maggior parte dei casi, le trasformazioni organizzative che non producono risultati durevoli falliscono esattamente qui, non nel disegno.
La forma reale della libertà organizzativa
EnerShip è un caso onesto. Non è un'utopia, e non pretende di esserlo. È una configurazione specifica, adatta a un lavoro specifico, tenuta in vita da persone specifiche. Per la persona giusta è la forma più pura di quello che il lavoro, al meglio, può essere. Per altri è un ambiente sbagliato, e saperlo in anticipo è una forma di conoscenza di sé preziosa. Il futuro del lavoro non avrà la forma di un modello unico. Avrà la forma di una conversazione più onesta sui trade-off fra struttura e velocità, fra autonomia e coerenza, fra libertà e persone che ne tengono la forma.
La libertà ha un autore. Il compito non è fingere altrimenti. Il compito è far sì che, nel tempo, quell'autorialità diventi plurale. È lì che il dibattito sul futuro del lavoro dovrebbe spostarsi, e smettere di inseguire l'ennesimo nome di un modello.