
The best idea in the room
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di Enrico Bettinello
Il contributo del jazz alle organizzazioni non consiste nell'insegnare come distribuire il potere, ma come generare coordinamento in condizioni di autonomia. Non una teoria della leadership senza gerarchia, ma una pratica dell'intelligenza collettiva fondata su disciplina, ascolto, fiducia e capacità di risposta.

Il recente dibattito sull'autogestione ha mostrato che eliminare la gerarchia non elimina necessariamente l'autorità. Il jazz suggerisce una domanda complementare: non tanto come distribuire l'autorità, ma come produrre coordinamento. L'ombrello di linguaggi e pratiche che vanno sotto il nome di “jazz” ha da diverso tempo fornito al mondo del management spunti e conferme su come si possa lavorare all'interno di sistemi altamente coordinati che funzionano senza gerarchia rigida, perché si fondano su disciplina, competenza e ascolto reciproco.
Forse non sarà inutile ricordare che in ben oltre un secolo di vita, queste forme di creazione musicale hanno non solo attraversato contesti artistico-sociali molto differenti, ma si sono anche strutturate secondo logiche di leadership che prevedono gradi variabili di controllo, dalla rigida disciplina delle migliori big band dell'Era dello Swing alla composizione istantanea della libera improvvisazione, da progetti con un'autorità (creativa, d'immagine) molto definita a altri dichiaratamente collettivi e co-creativi.
Premesso dunque che ai fini di questo paper si prenderanno in considerazione alcune dinamiche che sono comuni a un numero consistente di esperienze e pratiche jazz, ma che ovviamente non esauriscono le possibilità, proviamo a capire quali condizioni permettono a un gruppo di musiciste o musicisti di coordinarsi senza controllo centralizzato.
Il contesto afroamericano orale da cui derivano i linguaggi che raccogliamo sotto il nome jazz, riponendo una rilevanza relativa sul “testo/spartito” come inteso nell'ambito della musica d'arte occidentale (“classica” come la chiamiamo non senza un sospetto di eurocentrismo), ha fatto sì che emergesse la necessità - e anche l'opportunità creativa - di coordinarsi senza una gerarchia. In questo senso, la combinazione tra una disciplina condivisa, l'alta competenza, la capacità di lettura del contesto e il coordinamento emergente fa sì che la leadership non scompaia, ma diventi una funzione dinamica che emerge e si sposta, nei migliori casi, continuamente e con naturalezza all'interno del gruppo.
Senza indulgere in idealizzazioni romantiche di quelli che sono di fatto processi linguistici e formali che hanno comunque solide basi storico-strutturali, non c'è dubbio che la “magia” da cui emerge l'azione collettiva, quel dialogo interattivo di interazione reciproca che va sotto il nome di interplay, ci induca a interrogarci su come un simile sistema organizzativo ottenga dei risultati così coerenti e comunicativi pur senza una supervisione continua e con una leadership distribuita. Ci aspetteremmo il caos e invece la musica è fresca e innovativa. Perché?

L'aspetto disciplinare (lo studio, la pratica, la conoscenza e interiorizzazione del linguaggio e delle sue regole attraverso l'integrazione tra ascolto e percezione psico-corporea) è ovviamente importante, anche senza scomodare le esagerate e in parte sgradevoli mitizzazioni di un film come Whiplash del regista Damien Chazelle. A esso è strettamente connesso, in modo in fondo nemmeno troppo controintuitivo, l'aspetto dell'autonomia: più ho disciplina, vincoli, limiti, spunti (spesso interiorizzati e non apertamente richiamati) e più la mia libertà di improvvisatrice o improvvisatore si può manifestare al meglio.
Fondamentale è l'aspetto dell'autorità come riconoscimento, non imposto, ma che emerge dalla competenza, dall'esperienza, dal contributo all'esito collettivo, dalla fiducia reciproca.
E' una leadership temporanea, funzionale a far sì che in quel momento il gruppo ottenga i risultati più freschi e innovativi, ma può bastare un dettaglio di contesto per fare emergere un cambio di autorità o direzione. L'elemento, emotivo, istintivo, naturale, che consente tutto questo è l'ascolto (non per nulla i jazzisti più creativi sono quelli che sanno ascoltare gli altri). Nel jazz il musicista deve continuamente leggere il contesto, le intenzioni degli altri musicisti, il mood del pubblico, la dinamica emotiva complessiva. E in quest'ottica la leadership non consiste nel dare istruzioni predeterminate, ma piuttosto nel percepire e interpretare con risposte innovative e inattese la situazione, in una competenza di Situational Reading Capability che conta di più di mille strategie prestabilite.
Questa dimensione introduce un altro elemento magari meno considerato nelle discussioni sull'autogestione: il rapporto con il rischio. L'improvvisazione non elimina l'incertezza; la assume come condizione di partenza. Nessun musicista può sapere esattamente ciò che accadrà nei minuti successivi, eppure il gruppo continua a muoversi insieme. L'ascolto reciproco genera fiducia non perché riduce l'incertezza, ma perché consente di attraversarla collettivamente. La sicurezza non deriva dal controllo del futuro, ma dalla convinzione condivisa che gli altri saranno in grado di rispondere creativamente agli imprevisti. Certo il gruppo si muove prevalentemente all'interno di una cornice condivisa (la struttura di una canzone, una tonalità, dei gesti o dei parametri), ma è solo attraverso la fiducia e l'ascolto reciproco, l'adattamento in tempo reale di una rete relazionale, che si lavora insieme a un esito nuovo e spesso sorprendente.
Potremmo dire che la leadership jazz è la capacità di creare le condizioni affinché l'intelligenza collettiva emerga attraverso disciplina condivisa, competenza diffusa, ascolto reciproco e coordinamento dinamico. Con tutte le sfumature del caso (il trombettista Miles Davis è riuscito a rimettersi in gioco per tutta la sua lunga carriera, grazie alla tensione tra il suo carisma quasi telepatico e la libertà creativa che lasciava ai suoi più giovani collaboratori), ma se forse c'è qualcosa che il jazz può provare a insegnare alle organizzazioni autogestite è di lavorare sulla capacità di ascolto, le competenze, la fiducia e le pratiche di coordinamento, non tanto e non solo per eliminare la gerarchia, quanto piuttosto per far sì che la disciplina porti all'autonomia e sviluppare persone e processi capaci di coordinarsi senza dipendere costantemente da una qualche forma di comando.
Qualcosa di più di una distribuzione di potere: una vera e propria forma di produzione di coordinamento, in cui l'intelligenza collettiva si rivela anche umanamente più vicina al respiro del mondo.
Enrico Bettinello
Curatore di musica e arti performative, docente, scrittore e manager culturale
E' direttore del centro di produzione We-Start di NovaraJazz, direttore artistico del Festival Jazz&Wine Of Peace di Cormons (Go), curatore per Pro Helvetia in Venice. Insegna Elements of theatre and live art production all'Università Ca' Foscari di Venezia, Music Production al Master in Arts Management dell'Università Cattolica di Milano, Storia del Jazz e Storia della Popular Music al Conservatorio di Venezia. Dal 2017 al 2023 membro del Board di Europe Jazz Network, è project manager e membro del Consiglio Scientifico di I-Jazz, l'associazione nazionale dei festival jazz italiani, per cui ha ideato e cura il progetto di talent development Nuova Generazione Jazz. Collabora con Il Giornale della Musica, RSI 2, Radio3 Rai ed è autore di libri (“Storie di jazz”, Arcana 2015 e altri), podcast ("Nowtilus") nonché fondatore, membro del comitato editoriale e del consiglio di amministrazione della casa editrice wetlands books.
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